CARNI E PRODOTTI ITTICI
Carni, insaccati e salumi
Settore produttivo in cui abbondano le produzioni tipiche
delle quali si fornisce, di seguito, un breve e non esaustivo
elenco.
Agnello e capretto di Sant'Anastasia: le origini della
meritata fama dell'agnello e del capretto di Sant'Anastasia
sono connesse all'antica pratica della transumanza. I pastori
abruzzesi, molisani e dell'Alta Irpinia erano infatti usi spostare
gli armenti, verso il mare, nel periodo invernale.
Tappa importantissima di sosta e commercio, nel corso dei predetti
spostamenti, erano le campagne di Sant'Anastasia. A seguito
di tale circostanza gli operatori economici locali svilupparono
una particolare competenza nelle attività di selezione
e commercio delle carni ovine e caprine. Una pratica che si
è trasmessa inalterata sino ai nostri giorni.
Salsiccia Napoli: tipica salsiccia con impasto tagliato
a mano in modo grossolano (a punta 'e curtiello) al quale si
aggiungono talvolta pezzetti di mozzarella o provola. E' condita
con sale, pepe e peperoncino (nella versione piccante), ovvero
con semi di finocchio al posto del peperoncino (nella versione
dolce). S'insacca in budelli naturali ed è legata, alle
due estremità, con uno spago che le fa assumere una caratteristica
forma ad U.
Noglia: salsiccia di parti residuali di carne suina,
particolarmente saporita ed ingrediente indispensabile per la
preparazione di quel capolavoro culinario che è la Minestra
Maritata. Per realizzarla si utilizzano intestini di maiale
interi, lavati e messi a macerare con acqua, sale e limoni,
assieme ad altre pezzature residuali della macellazione del
maiale. La macerazione deve avvenire in un luogo fresco e dura
da una settimana, ad una decina di giorni. Al termine della
fase della macerazione si lascia sgocciolare, si macina e s'insacca
in budello naturale, aggiungendo finocchietto, aglio e peperoncino.
Preparazioni da parti residuali della lavorazione del suino:
eredità di una cucina povera e contadina, che non sprecava
nulla, ancora oggi molte pietanze gastronomiche locali utilizzano
alcune parti del suino considerate poco "nobili".
Un esempio è fornito dai c.d. cigoli, costituiti da residui
della cottura di parti grasse del maiale. Anche l'ottima zuppa
di soffritto (o zuppa forte) è ottenuta da interiora
di suino lesse e condite con grandi quantità di pomodoro
e spezie.
Le zampe e il muso di maiale (o' per' e o' muss), infine, mischiati
con altre interiora, lessati e conditi con succo di limone e
sale, sono considerati, da molti, alla stregua di una vera e
propria leccornia.
Capicollo: tradizionale salume locale, corrispondente
alla c.d. "Coppa" o "Lonza" prodotta nel
centro e nord dell'Italia.
Salame Napoli: tradizionale e pregiato salume, la cui
ricetta richiede un impasto composto di una parte di carne magra
di suino, una parte di grasso duro dello stesso animale, una
parte di carne di vitello (quest'ultima macinata finemente).
L'impasto così ottenuto, conciato e insaccato in un budello
naturale, è soggetto ad affumicatura prima di essere
stagionato.
Il Salame Napoli rappresenta una preparazione alimentare molto
conosciuta, per la quale è stata recentemente avanzata
una proposta di I.G.P.
Soppressata: tradizionale salume ottenuto da carni magre di
suino con aggiunta di grasso duro tagliato a dadini (due parti
di magro e una di grasso). Il tutto si concia con sale e pepe
nero.
Tipica anche la fase di lavorazione che richiede di sottoporre
a pressatura il salume prima di avviarlo a stagionatura.
Stoccafisso e baccalà
La lavorazione e la commercializzazione di questo prodotto,
alla base di molti piatti della cucina vesuviana, è riscontrabile
in tutta la provincia di Napoli, ma è sul Vesuvio che
affondano le radici della tradizione produttiva originaria,
così come dimostrato dalla presenza, nella città
di Somma Vesuviana, delle più grandi aziende italiane
dedite all'importazione e alla lavorazione del merluzzo.
L'origine storica di questo tipo di lavorazione è usualmente
individuata tra la fine del 1500 e l'inizio del secolo successivo.
Più incerta è, invece, l'individuazione dei motivi
che portarono a localizzare proprio in quest'area la lavorazione
in discorso.
Secondo alcuni studiosi la ragione va individuata nel grande
incremento della domanda di pesce, con conseguente inadeguatezza
dell'offerta locale, scaturente dalle prescrizioni della chiesa
della controriforma, circa l'astinenza dal mangiar carne nei
giorni comandati. A questo stato di fatto si sarebbero aggiunte,
come concause, l'appariscente incremento d'importazioni di pesce
conservato che, proprio in quel periodo, i norvegesi cominciavano
ad esportare in tutta Europa e la locale ricchezza d'acqua,
connessa alla presenza delle vicine sorgenti del fiume Sebeto,
indispensabile ai fini di una corretta reidratazione della materia
prima importata.
Il merluzzo, infatti, si classifica, sulla base della tecnica
di conservazione nelle zone di produzione, in baccalà
salato secco e stoccafisso (da "stok fish", pesce
bastone, caratterizzato da un essiccamento più energico,
una consistenza quasi lignea e una salagione meno marcata).
L'utilizzo del prodotto essiccato richiede un'indispensabile
e preventiva reidratazione che, effettuata localmente mediante
un procedimento tipico e tradizionale, lo trasforma in un prodotto
dalle caratteristiche assolutamente peculiari, non riscontrabili
in nessun altro luogo e/o tecnica di lavorazione.
La fase più importante del processo di reidratazione
è quella c.d. dell'ammollo. Quest'ultimo dura molti giorni
e prevede, a sua volta, più fasi di lavorazione:
Fase prima: il merluzzo essiccato, preventivamente liberato
da coda e pinne, è posto in acqua. La durata di questa
fase è di almeno 48 ore.
Fase seconda: i merluzzi sono dapprima sottoposti a selezione,
con eliminazione di quelli che si presentano in un non perfetto
stato di conservazione, successivamente sono diliscati e, di
poi, posti ancora in ammollo, con cambio d'acqua giornaliero.
La durata di questa seconda fase è di almeno quattro
giorni.
Fase terza: il merluzzo è porzionato nelle pezzature
destinate al consumo c.d. filetto (mussillo e coroniello) e
pancetta (fella). Seguono ulteriori quattro giorni d'ammollo,
con ricambio d'acqua giornaliero, prima che sia ritenuto idoneo
al consumo.