PRODOTTI DI BASE

Albicocche Vesuviane
Saporitissimo e coloratissimo frutto definito localmente cresommola, ovvero "mela d'oro" secondo l'etimo greco.
D'origine incerta, l'America per alcuni, l'Asia per altri, l'albicocco ha trovato in Campania una seconda patria. La provincia di Napoli e più precisamente la zona vesuviana è, infatti, una tra le realtà di più antica coltivazione di questa specie. Alle falde del vulcano si realizza una produzione di circa 43 mila tonnellate annue, pari al 75% della produzione totale della Provincia di Napoli.
Così come per le uve da vino, le varietà d'albicocco, coltivate sul Vesuvio, sono talmente numerose da aver trasformato l'areale in uno straordinario scrigno di biodiversità. Inoltre le eccezionali caratteristiche gustative ed organolettiche dei frutti e la stretta correlazione creatasi tra specie ed ambiente, hanno reso questo frutto "tipico". Ne è conseguita l'attuale proposta di riconoscimento I.G.P. "Albicocca Vesuviana" (per Indicazione Geografica Protetta s'intende "il nome di una regione, di un luogo determinato … che serve a designare un prodotto agricolo … qualora una determinata qualità del prodotto, la sua reputazione o un'altra caratteristica, possa essere attribuita all'origine geografica e la cui produzione … avvenga nell'area geografica determinata").
L'istanza, promossa dall'Ente Parco Nazionale del Vesuvio, congiuntamente all'Assessorato all'Agricoltura della Regione Campania, ha visto inoltre il coinvolgimento dell'Istituto Sperimentale di Frutticoltura di Roma, sez. di Caserta, della C.C.I.A.A. di Napoli, delle Confederazioni Regionali dei Produttori e dell'Associazione Produttori Campani "Apoma" (quest'ultima in qualità di organismo richiedente la registrazione).
Nel disciplinare di produzione proposto si è convenuto di assegnare l'I.G.P. "Albicocca Vesuviana" al frutto delle seguenti cultivar: Ceccona, Monaco Bello, Portici, Palummella, S. Castrese, Vitillo, Fracasso, Pellecchiella, Boccuccia Liscia e Boccuccia Spinosa.
Gli ambiti di coltivazione proposti rientrano nei comuni di: Torre del Greco, Torre Annunziata, Trecase, Boscotrecase, Boscoreale, Terzigno, San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, Nola e Pomigliano d'Arco (questi ultimi due sono interessati solo con una parte del territorio comunale), Somma Vesuviana, Sant'Anastasia, Pollena Trocchia, Massa di Somma, Cercola, San Sebastiano al Vesuvio, Ercolano, Portici e San Giorgio a Cremano.
Il disciplinare ha definito, inoltre, una produzione massima di 250 quintali per ettaro, per la coltura in asciutto, e di 330 quintali per ettaro per quella irrigua ma, soprattutto, ha reso obbligatorio un sistema produttivo, c.d. "integrato", con il duplice scopo di tutelare l'ambiente e di generare un prodotto salubre per il consumatore.
Pur nella varietà di produzioni l'Albicocca Vesuviana presenta sempre caratteri comuni tra i quali: la polpa gialla zuccherina e di alta resa, il profumo intenso e l'aspetto molto attraente dei frutti.

Ciliegie
La coltivazione del ciliegio è concentrata soprattutto alle falde del Monte Somma dove è sicuramente presente, come tipologia colturale di rilievo, almeno sin dall'epoca della dominazione angioina.
Anche in questo caso, così come accade spesso sul Vesuvio a causa dei frequenti incroci spontanei, si è in presenza di una moltitudine di cultivar che, nella congiuntura specifica, non sono state ancora del tutto censite.
Tulle le varietà presenti sono comunque suddivise in due categorie principali: le Tenerine e le Duracine. Nella predetta moltitudine primeggiano, in ogni caso, la Ciliegia Malizia e la Ciliegia Del Monte.
La prima, che si presenta con un grosso frutto di colore rubino, polpa rossa consistente, succosa ed aromatica, si raccoglie a maggio ed è destinata soprattutto al mercato del fresco. E' molto apprezzata anche dall'industria di trasformazione. Ciò in relazione all'intensità del colore che conferisce un'appetitosa colorazione (quasi nera, con riflessi rosso rubino) al prodotto finito.
La ciliegia Del Monte, anche conosciuta con il nome di Ciliegia di Montagna o Durona del Monte, è considerata la migliore tra le ciliegie da tavola campane. Si presenta anch'essa con frutti grossi, ma la colorazione di questi ultimi è giallo-rosata, su un lato e rossa, con punteggiatura gialla, sull'altro. Si tratta di una varietà più tardiva che si raccoglie tra la fine di maggio e l'inizio di giugno. La polpa è chiara, molto succosa e soda fino ad essere quasi croccante. Notevole anche il profumo e il gradevole retrogusto acidulo.

Coni e pinoli
Si tratta di produzioni ottenibili dallo sfruttamento d'essenze arboree presenti, sulla fascia costiera vesuviana, già all'epoca della dominazione romana. Infatti, sulla base dei reperti archeologici ritrovati, è stato possibile accertare la sussistenza di vaste produzioni di pinoli (ottenute dallo sfruttamento del pino domestico) e resine (ottenute prevalentemente dallo sfruttamento del pino marittimo). Dalla lavorazione delle resine era poi possibile ottenere la pece impiegata, a sua volta, come combustibile per l'illuminazione o come impermeabilizzante.
Oggi la produzione di coni (pigne) e pinoli è stata ulteriormente incrementata in virtù dell'ampia riforestazione delle pendici vesuviane effettuata dagli agricoltori e dal Corpo Forestale dello Stato. I primi per trarre reddito dalla vendita di coni, pinoli, fascine e legname da costruzione, il secondo per stabilizzare le insidiosissime pendici del vulcano.
Il risultato di tanto lavoro è la presenza, nell'area vesuviana, dei più grandi produttori europei di coni e pinoli: una produzione biologica per definizione, essendo il frutto dello sfruttamento d'aree boscate per il cui sviluppo ci si affida unicamente al lavoro della natura.
I pinoli vesuviani sono noti in tutto il mondo per le eccezionali proprietà aromatiche e per tale ragione sono richiesti ed impiegati in svariate ricette di cucina e pasticceria (tra quelle locali si ricordano: gli spaghetti noci e pinoli, le pizze di scarole, le scarole imbottite, le braciole di maiale al ragù, le polpette al sugo con uva passa e pinoli, il migliaccio di granturco, il sanguinaccio, ecc.) i coni, e i residui della lavorazione dei pinoli, sono invece impiegati come fonte energetica alternativa. Ciò avviene, sia utilizzando caldaie a policombustibile per il riscaldamento domestico, sia utilizzando i predetti residui come combustibile per la generazione di energia elettrica.

Nocciole
Coltivato da "sempre" nell'area vesuviana e vieppiù in Campania, il nocciolo è stato identificato e descritto, fra gli altri da Catone il Censore, con il termine "avellano". Quest'antica denominazione deriva, infatti, da un'antichissima città campana, Abella, il cui insediamento è stato individuato in prossimità dell'attuale Avella (AV).
Anche le attività di scavo delle città sepolte dal Vesuvio hanno restituito spesso nocciole carbonizzate. Il loro aspetto fa pensare a varietà selvatiche sfruttate, sia a scopo alimentare, sia a fini curativi. Il nocciolo era, infatti, "l'albero della fecondità" e le nocciole erano somministrate come rimedio contro la sterilità.
Nei secoli le predette varietà selvatiche sono state "piegate" alle mutevoli esigenze colturali e migliorate sino al punto che, già dalla fine del 1600, esistevano a Napoli uffici speciali per la misurazione dei frutti secchi, successivamente esportati in tutte le principali piazze mondiali. Attualmente le principali varietà colturali presenti sul Vesuvio sono la San Giovanni, la Tonda Bianca e la Tonda Rossa.

Noci
Così come il nocciolo, il noce è stato coltivato da sempre nell'area vesuviana. Quest'antichissima presenza è stata certificata da resti carbonizzati rinvenuti nell'ambito di numerosi scavi archeologici.
Coltivato in virtù dell'alto potere nutritivo dei frutti, ma anche per le supposte proprietà magiche e taumaturgiche, il noce ha avuto sempre un posto tanto rilevante, quanto contraddittorio, nell'ambito della mitologia e della farmacopea antica. I romani lo consideravano mortale e maledetto, in relazione ad una sua presunta contiguità con gli inferi. Presso le popolazioni italiche, invece, le noci erano coltivate per le loro virtù curative ed erano anche considerate simbolo di fertilità (tanto da essere lanciate in segno d'augurio ai novelli sposi).
La noce, attualmente più diffusa nell'area vesuviana, è quella c.d. "di Sorrento" che, originaria della Penisola Sorrentina, è considerata la varietà più pregiata d'Italia.
A dire il vero si è usi distinguere almeno due biotipi principali di Noce di Sorrento. Il primo produce frutti di forma ovale, con base arrotondata ed apice leggermente appiattito. Il secondo genera noci più allungate, lievemente appuntite all'apice, con sutura sporgente.
Il guscio di entrambi i tipi è poco rugoso e di ridotto spessore, così da poter essere rotto facilmente. Il gheriglio, cioè la parte commestibile, riempie completamente il guscio, si conserva a lungo ed ha un sapore molto gradevole e poco oleoso.
Il consumo fresco si concentra nei mesi di settembre ed ottobre. Nel resto dell'anno è comunque possibile consumare le Noci di Sorrento "secche". Il periodo di massimo consumo è tradizionalmente coincidente con le festività natalizie.

Olive
Frutto di un'antichissima tradizione colturale, l'olivo era sicuramente diffuso, sulle pendici vesuviane, già all'epoca della dominazione romana.
Allora, come oggi, le olive erano coltivate per il consumo alimentare o per ricavarne olio.
Nel primo caso si provvedeva spesso a batterle con canne taglienti, le s'immergeva più volte in acqua calda (per ridurre la sensazione d'amaro al gusto), le si conservava, infine, assieme al finocchio selvatico e ad altre essenze, per aromatizzarle.
Per ricavare l'olio ci si preoccupava di raccoglierle dentro grossi panieri di vimini, dove erano dapprima denocciolate e infine pressate.
I residui della lavorazione erano utilizzati in guisa d'impermeabilizzanti, come nel caso della sansa, (il residuo finale della lavorazione), ovvero come medicamento per gli animali, nel caso della morchia (costituita dai depositi dell'olio).
Oggi la coltura dell'Olivo, pur configurandosi come un'attività marginale, assume un notevole interesse prospettico in relazione ad alcuni progetti, di recente intrapresi da alcune dinamiche imprese locali, finalizzati ad iniziare la produzione di un Olio Extra Vergine di Oliva Vesuviano il cui ciclo produttivo sarà svolto interamente nell'ambito del Parco Nazionale del Vesuvio.

Pomodorini vesuviani
Il pomodoro è giunto in Italia dopo la scoperta dell'America (continente di cui è originario). Nei primi anni fu coltivato soprattutto come pianta ornamentale, di poi, superata progressivamente l'originale diffidenza, iniziò a farsi apprezzare nell'uso gastronomico.
Tale pratica si diffuse, nel corso del XVIII secolo, dapprima in Sicilia e, successivamente, in quella che sarebbe diventata trionfalmente la patria adottiva del pomodoro: la Campania.
Tra le moltissime varietà di pomodoro, oggi coltivate, ne esiste una estremamente particolare ed assolutamente tipica del Vesuvio. Quest'ultima è caratterizzata dalla piccola dimensione rotondeggiante, dalla buccia consistente e carnosa e, infine, da un peculiare apice a punta (c.d. pizzo).
Il pomodorino vesuviano, che deve ai suoli vulcanici lo speciale gusto dolce/acidulo (frutto della particolare concentrazione di zuccheri e sali minerali), è raccolto ancora acerbo in estate.
Anche la tecnica di conservazione si presenta con caratteristiche assolutamente originali. Essa prevede, infatti, il raggruppamento dei pomodorini in grappoli (c.d. schiocche) che, conservati in luoghi idonei (ombreggiati ed adeguatamente ventilati), consentono la progressiva maturazione dei frutti (con il colore che vira dal verde al rosso intenso) e la loro conservazione sino al periodo natalizio.
Anche in questo caso, così come per le albicocche vesuviane, le eccezionali caratteristiche gustative ed organolettiche del prodotto e la stretta correlazione creatasi tra specie ed ambiente, hanno spinto a definire un'ipotesi di riconoscimento I.G.P. (Indicazione Geografica Protetta).
Al riguardo è in corso di definizione una bozza di disciplinare del "Pomodorino Campano", in cui dovrebbero rientrare, sia il "Vesuviano", sia il c.d. "Corbarino" (varietà collinare affine al vesuviano, ma non dotata del tipico "pizzo").
La prassi prevede la raccolta e la coltivazione sperimentale di alcuni ecotipi in un c.d. campo catalogo presso l'I.S.C.I. (Istituto Sperimentale Colture Industriali). Dallo studio saranno tratti i principali parametri tecnologici e di brevetto, necessari per la definitiva messa a punto del disciplinare. La proposta finale di I.G.P. dovrà però provenire da una o più associazioni di produttori.

Uve da vino
Si tratta di una coltura che ha notevole rilevanza e straordinaria resa sulle pendici vesuviane, favorita com'è dal clima asciutto e ventilato.
Si tratta, d'altro canto, di una pratica agricola antichissima risalente all'epoca della colonizzazione greca, dapprima, e alla dominazione romana, successivamente.
In quel periodo la sapiente scelta dei vitigni assicurava già un'alta resa qualitativa: per le coltivazioni in pianura erano consigliate le varietà Aminea Grande e Piccola, per quelle in collina la Murgentina e l'Aminea Gemella. Con il tempo le varietà coltivate sono aumentate a dismisura sino a trasformare l'areale vesuviano in un piccolo scrigno di biodiversità: Biancolella, Cacamosca, Calabrese, Calace, Cerasana, Coglionarea, Colagiovanna, Della Grotta, Foresta, Lugliese, Lugliesella, Nufriello, Porcinale, Priore, Rosa, San Nicola, Sant'Anna, Taverna, Tintore, sono soltanto alcune delle tipologie di vitigni ancora oggi coltivate sulle falde del vulcano, nella maggior parte dei casi in piccoli poderi destinati prettamente all'autoconsumo.
Naturalmente estrema importanza riveste anche la viticoltura "maggiore", le cui principali tipologie colturali sono elencate, brevemente, di seguito:
AGLIANICO: secondo il Carlucci è dalla corruzione del termine Hellenica in Hellanica e quindi in Aglianico, che sarebbe derivata l'attuale terminologia. Da ciò l'ipotesi, invero controversa, circa un'ipotetica origine greca del vitigno.
Si presenta con un grappolo di media grandezza cilindrico o conico. Anche l'acino è di grandezza media con forma sferica quasi perfetta, buccia di colore blu uniforme e polpa succosa ed acidula. L'uva è destinata esclusivamente alla vinificazione
CATALANESCA: importato dalla Catalogna da Alfonso I d'Aragona nel 1450, e messo a dimora sulle pendici del Monte Somma, si coltiva soprattutto nei comuni di Somma Vesuviana, Sant'Anastasia, Ottaviano e Polena Trocchia.
Si tratta di un'uva con maturazione estremamente tardiva che si raccoglie, in genere, a cavallo tra ottobre e novembre, con picchi coincidenti con la fine dell'anno (epoca in cui è usata nell'alimentazione quotidiana a scopo propiziatorio).
Il suo grappolo ha grandezza media. Gli acini hanno forma leggermente ellittica ed una buccia spessa, di colore giallo dorato a maturazione. La polpa è bianca, carnosa e dolce. Tali caratteristiche rendono l'uva Catalanesca ottima per la tavola, anche se l'elevato consumo zuccherino la rende adatta pure alla vinificazione.
Il vitigno è riportato in questa sede in virtù dell'antica tradizione contadina che lo utilizza per produrre l'omonimo vino. Stante però la registrazione come uva da tavola, le produzioni vinicole relative non sono commerciabili e sono destinate quasi esclusivamente all'autoconsumo.
CODA DI VOLPE: vitigno di origine antichissima la cui denominazione deriva da Plinio che, citandolo nella sua Naturalis Historia, ne evidenziò la forma terminale del grappolo somigliante, appunto, ad una coda di volpe.
Il grappolo è di notevoli dimensioni, serrato, piramidale nella parte basale. L'acino è a buccia bianca, di dimensione piccola e regolare. La polpa succosa ha sapore neutro.
L'uva, localmente denominata Caprettone, è destinata esclusivamente alla vinificazione, ma non sempre è vinificata da sola.
FALANGHINA: vitigno tipico della Campania, a buccia bianca, che deve il suo nome alla phalanga, il tutore usato da sempre per sorreggere i filari di viti.
Il grappolo è di media grandezza, mediamente compatto, di forma cilindrica o conica. L'acino è quasi rotondo, di colore giallognolo, con buccia alquanto dura, polpa sugosa e sapore neutro.
L'utilizzazione della Falanghina è esclusiva per la vinificazione ed è vinificata spesso per correggere le deficienze delle altre uve.
GRECO: vitigno tipico del Vesuvio, di antichissima origine, che secondo il Della Porta coinciderebbe nientemeno che con l'Aminea Gemella Minore, ovvero il vitigno progenitore di quasi tutte le viti odierne.
Il grappolo ha dimensione variabile, tra il medio e il piccolo, con forma cilindrica o conica. L'acino è di grandezza media, con forma tondeggiante, buccia di colore grigio giallastra, ovvero grigio ambrata nella parte esposta verso il sole. La polpa è succosa con succo incolore dal sapore neutro.
L'uva di Greco è impiegata esclusivamente per la vinificazione.
PIEDIROSSO: vitigno la cui origine si perde nella notte dei tempi. Secondo alcuni autori coinciderebbe con la "Colombina" citata da Plinio nella sua Naturalis Historia. La denominazione deriva dal caratteristico graspo rosso che ricorda una zampa di colombo.
Il grappolo è di media grandezza. L'acino è anch'esso di media grandezza con buccia coriacea di colore rosso violaceo, polpa con sapore di fragolino e succo incolore.
L'uva di Piedirosso, anche nota come Pèr e Palummo, è impiegata esclusivamente per la vinificazione.
SCIASCINOSO: vitigno d'origine incerta forse riconducibile all'Olivella citata da Plinio.
Il grappolo è allungato con forma cilindrica o piramidale. L'acino, con forma ovoidale, ha dimensioni medio-grandi, buccia spessa di colore violetto scuro e polpa dolce succosa e acidula.
L'uva, anche nota come Olivella, è destinata esclusivamente alla vinificazione in associazione con altri vitigni.
VERDECA: vitigno d'origine incerta.
Il grappolo ha forma conica. L'acino è a buccia bianca leggermente ovale. Il succo è incolore tendente al verdastro. La polpa è succosa e dal sapore neutro.
L'uva di Verdeca è impiegata esclusivamente per la vinificazione in unione ad altre uve.

Altre produzioni
L'elencazione completa delle produzioni agricole vesuviane richiederebbe una diversa e ben più ampia trattazione. In questa scheda ci si limiterà quindi a fornire una sintetica (e certamente non esaustiva) lista integrativa di quanto già descritto in precedenza.
Carciofo di Schito: carciofo senza spine (c.d. inerme) caratterizzato, in virtù di una particolare tecnica colturale, da un colore molto delicato, oltre che da una particolare carnosità e tenerezza delle brattee. L'area di produzione originaria corrisponde ad una località del Comune di Castellammare di Stabia detta Schito.
Cavolfiore Gigante di Napoli: si caratterizza per una grossa e bianchissima infiorescenza. E' un ingrediente tipico di molti piatti tradizionali, nei quali è utilizzato spesso lesso.
Sotto la stessa definizione varietale rientrano, in realtà, molti tipi. Questi ultimi sono denominati in base al diverso periodo di maturazione (Natalino, Gennarese, Febbrarese, Marziatico, Aprilatico, ecc.).
Cipolla Precocissima della Regina: si coltiva nelle aree del Parco Nazionale del Vesuvio confinanti con il territorio di Pompei del quale è originaria. Si presenta con un bulbo di piccole dimensioni, di forma molto schiacciata ai poli. Polpa e guaina sono bianche con sfumature verdi. Il sapore è decisamente dolce.
Friarielli: varietà assolutamente tipica di broccoli di rapa, il cui nome deriva dalla particolare tecnica di cottura: soffritti in padella con olio, aglio e peperoncino. Si caratterizzano per un gradevole e caratteristico sapore amarognolo, atteggiandosi, nel contempo, a classico della gastronomia napoletana.
Mela Annurca: saporitissima mela campana, coltivata da tempo immemorabile. Si presenta con un frutto di forma appiattita o rotondeggiante. L'epidermide è rossa striata. Nei pressi della cavità peduncolare presenta una caratteristica area rugginosa, non molto estesa. La polpa, eccezionalmente saporita, è bianca, compatta, croccante, succosa, dolce e gradevolmente acidula. Notevole anche l'aroma che si espande appena s'intaccata il frutto.
Questo frutto ha ottenuto l'IGP "Melannurca Campana" attribuito alle due varietà "Annurca" e "Annurca Rossa del Sud".
Il logo di riconoscimento raffigura, su fondo bianco, una mela con picciolo verde ed una foglia bianca bordata di verde. Nel corpo della mela è citata, in nero, la sigla IGP. La parte superiore del logo, di colore rosso, riporta la scritta "Melannurca Campana" mentre la parte inferiore, di colore bianco, riporta la scritta "Annurca" o "Rossa del Sud, secondo la varietà indicata.
Un'ultima sottolineatura va dedicata alle colture orticole: melanzane, zucchini, patate, broccoli, piselli, fagioli e fave. Da non dimenticare, infine, tra le produzioni frutticole, quella delle susine.

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