Masserie vesuviane e sommesi

Descrizione: tutta l'area circunvesuviana è stata caratterizzata, sino a circa la prima metà del XIX secolo, da una struttura territoriale basata sul latifondo. Quest'ultimo si raccoglieva attorno alla masseria padronale ed era disseminato di case coloniche.
Molte delle antiche masserie sono giunte sino ai nostri giorni segnalandosi, non solo ai fini della valenza architettonica, ma anche in relazione all'importanza storica assunta per essere divenute sede e crocevia di alcuni dei più importanti eventi storici dell'area.
La concomitanza di molti fattori ha comunque concorso ha creare una sostanziale differenziazione tra le dimore rurali del versante vesuviano e quelle del versante sommese.
Le prime sono sopravvissute in numero piuttosto limitato a causa delle cicliche e devastanti colate laviche originatesi dal vulcano, che non investivano il versante opposto a causa dalla difesa naturale costituita dal crinale del Monte Somma.
Grazie agli edifici superstiti è stato comunque possibile individuare i caratteri costruttivi comuni delle masserie vesuviane: la realizzazione secondo una tipologia prevalentemente lineare senza corte interna, a causa della natura accidentata ed acclive dei terreni; l'utilizzo delle volte per le coperture, a seguito soprattutto della carenza di vegetazione arborea da cui ottenere travi per solai e capriate; l'utilizzo di pietra lavica compatta per la costruzione dei muri perimetrali, sostituita da pietra lavica più porosa e leggera (c.d. schiuma di lava) per gli archi e le volte, in modo da ridurre le spinte trasversali sui muri e prolungare la durata dei fabbricati.
Sul versante sommese, la maggiore disponibilità di terreni pianeggianti, e la concomitante presenza di una vasta vegetazione arborea, hanno invece favorito la realizzazione di grandi costruzioni, con ampia corte centrale di forma quadrata o rettangolare, solai piani di legno, muratura in tufo e tetti a doppia falda di legno e tegole.
Tra i caratteri comuni, sia alle masserie vesuviane, sia a quelle sommesi, vi è la parte dell'edificato destinata alla lavorazione del vino. Tralasciando forma e collocazione delle cantine, ovviamente sempre sotterranee, particolare rilievo assumeva il luogo dove il mosto si convertiva in vino: il Cellaio. In esso si collocavano i tini destinati ad accogliere il frutto della premitura dell'uva. Poiché durante la fermentazione alcolica si sviluppava una grande quantità di anidride carbonica, il Cellaio doveva essere spazioso e molto aerato ed inoltre rivolto a mezzogiorno perché il calore favorisse il processo di trasformazione degli zuccheri in anidride carbonica ed alcool. In comunicazione o ricompreso nel Cellaio, era "lo strettoio", locale così definito per il fatto di contenere l'omonima macchina (torchio) impiegata per la premitura delle vinacce. Sul versante sommese la stessa macchina era anche nota come "cercola" assumendo, non di rado, dimensioni ciclopiche (la sola trave principale del torchio arrivava a misurare sino a 12 metri di lunghezza, per più d'uno di spessore).
Tra le numerose masserie ancora oggi diffuse su tutto il territorio del Parco Nazionale del Vesuvio di seguito si descrivono brevemente, per l'alta valenza storica ed esemplificativa, la masseria "Casa Bianca" situata sul versante vesuviano, nel comune di Boscotrecase, all'estremità superiore della Via Cifelli e la masseria Ciciniello di Somma Vesuviana.
La prima deve la propria definizione all'attintatura a calce che la faceva risaltare in relazione alla localizzazione isolata nel mezzo di ampi pendii ricoperti di scura e brulla lava. Essa, inoltre, è stata adibita, sin dalla seconda metà del XIX secolo, oltre che a masseria, a locanda, osteria e punto di sosta per far riposare i cavalli dei viaggiatori che si accingevano ad ascendere il Gran Cono Vesuviano. Tra i tanti viaggiatori che vi transitarono va menzionato in particolare il "socio" del C.A.I. di Milano sacerdote Achille Ratti, asceso in seguito al soglio pontificio con il nome di Pio XI. Del suo soggiorno a Casa Bianca, parte di una storica ascesa notturna al Vesuvio effettuata nella notte di capodanno del 1900, resta una straordinaria relazione autografa di forte impatto emotivo. Di estremo interesse è anche la relazione dello scrittore spagnolo Vicente Blasco Ibañez (autore dei romanzi: "Sangue e Arena" e "I Sette Cavalieri dell'Apocalisse") che ha riportato la descrizione del suo soggiorno a Casa Bianca nell'opera "En el paìs del arte" scritta, a sua volta, dopo un viaggio in Italia effettuato nel 1895.
I momenti più difficili dell'esistenza di Casa Bianca furono vissuti nel corso dell'aprile 1906. Il giorno 4, infatti, il Gran Cono si fratturò a quota 1200 e la frattura laterale si propagò successivamente fino a fermarsi, con una bocca posta a 800 mt. s.l.m.. Dalla bocca predetta cominciò un efflusso lavico che giunse a lambire Casa Bianca, in coincidenza della quale si fermò miracolosamente la mattina del 6. L'eruzione continuò anche nei giorni seguenti con l'apertura d'ulteriori bocche, inframmezzata a fortissime esplosioni; tra queste ultime, il giorno 8 se ne registrò una particolarmente catastrofica che comportò lo sprofondamento del vulcano (il Gran Cono perse tra i 220 e i 107 metri di quota) e la formazione di un'immensa frana che, così come la colata lavica in precedenza, sfiorò soltanto la masseria senza danneggiarla seriamente.
Nel corso dell'eruzione in discorso Casa Bianca divenne una sorte di centrale operativa della protezione civile, ante litteram. In essa confluirono, infatti, numerosi scienziati e tecnici tra i quali si ricorda l'Abate Mercalli autore dell'omonima scala per la misurazione dei terremoti.
Da un punto di vista architettonico Casa Bianca si distingue per un'affascinante area porticata, in origine coperta con una volta a botte, probabilmente ispirata da una soluzione simile adottata per il restauro ricostruttivo della Casa delle Nozze d'Argento negli Scavi di Pompei.
Da segnalare anche l'unicum di un tunnel lavico naturale inglobato nella costruzione dopo essere stato adattato a cantina.
Molto più tarda di Casa Bianca, è la Masseria Ciciniello di Somma Vesuviana, che con molta probabilità risale al sedicesimo o al diciassettesimo secolo. Per raggiungerla occorre percorrere un lungo viale rettilineo che si origina dall'antica Cupa di Nola.
La masseria, che purtroppo è in pessimo stato di conservazione, risulta particolarmente interessante per il colossale torchio vinario che ancora conserva. Quest'ultimo è composto da un enorme tronco di quercia posto orizzontalmente e sorretto da quattro imponenti montanti di legno. Sotto la trave è collocata un'ampia piattaforma destinata a fungere da piano d'appoggio per la vinaccia da pressare. La stessa piattaforma è dotata di un grosso becco ligneo mediante il quale il frutto della pigiatura era immesso in grossi tini.
Dall'ambiente ove è collocato l'enorme torchio, mediante una scala, si accede alla sottostante cantina. In quest'ultima sono conservate antiche e gigantesche botti che, stante la limitata dimensione del vano d'accesso alla cantina, devono essere state costruite sul posto.

Avvertenze: la Masseria Casa Bianca è in corso di restauro e come tale non è ancora visitabile. Presso di essa è comunque stata prevista la realizzazione di un Centro Visite comprensivo di Centro di Educazione Ambientale, Museo Mineralogico, servizi d'accompagnamento per visite nella Riserva Forestale Tirone Alto Vesuvio e nel Parco Nazionale del Vesuvio, ristorante tradizionale, rivendita di prodotti tipici, area picnic, area verde attrezzata con percorsi per la riscoperta della natura e dell'agricoltura vesuviana.

 
La Porta del Vesuvio © Copyright 2001 - Tutti i diritti riservati