La Dinamica Eruttiva e L'Eruzione del 79 d.C.
La linguistica moderna fa risalire alla radice "ves" equivalente a "fuoco" il toponimo "Vesuvio".
L'etimologia testé illustrata offre il pretesto per svelare una falsa credenza popolare, consistente nell'attribuzione di una natura "infuocata" al solo Vesuvio. In realtà, da un punto di vista geo-vulcanologico, non si ha a che fare con un vulcano isolato (il Gran Cono del Vesuvio), bensì con un più ampio complesso vulcanico: il "Somma-Vesuvio".
Quest'ultimo è un esempio tipico di vulcano a recinto, costituendo il Somma il vulcano originario entro il quale si è elevato in tempi più recenti il cono del Vesuvio.
In relazione alla natura del Somma-Vesuvio va altresì chiarito che esso, così come accade per la gran parte dei vulcani, è ubicato in corrispondenza di un incrocio di fratture della crosta terrestre attraverso cui i materiali magmatici di zone più profonde (mantello) risalgono in superficie.
Lo studio tettonico della regione ha infatti chiaramente mostrato che le bocche eruttive centrale, laterali ed eccentriche del vulcano sono alimentate attraverso un sistema di faglie e fratture con direzioni prevalenti NW-SE e NE-SW (si definiscono bocche eruttive laterali o eccentriche quelle collocate lungo i fianchi, ovvero ad una certa distanza rispetto al cratere principale). Il conetto avventizio sul quale è stato costruito il convento dei frati camaldolesi di Torre del Greco e le due bocche di Pollena Trocchia (attualmente sepolte) sono presumibilmente sorte in epoca preistorica. A tempi storici risalgono invece le bocche dette del Viulo e di Fossamonaca sopra Torre Annunziata (medioevo), una serie di bocche apertesi a monte di Torre del Greco e di Torre Annunziata negli anni 1760, 1794 e 1861, oltre che quelle formatesi nel periodo 1941-42 sul versante est del Vesuvio (queste ultime sono però bocche effimere collegate a fenomeni di ingrottamento).
Alla base del Gran Cono si elevano, inoltre, una serie di asperità corrispondenti a cupole laviche di ristagno (createsi in seguito alla fuoriuscita di lava viscosa che tende a ristagnare vicino al centro di emissione) e a tumuli, questi ultimi in genere formatisi in corrispondenza di bruschi cambiamenti di pendenza.
Rientrano nella prima categoria: la cupola lavica del Colle Umberto, sorta tra il 1895 e il 1899, quella corrispondente al Colle Margherita, formatasi tra il 1891 e il 1894 al centro della valle del Gigante e utilizzata come punto di riferimento ai fini della suddivisione della predetta valle in Atrio del Cavallo e valle dell'Inferno e, infine, la cupola lavica del 1937 sul versante est.
Per ciò che attiene alla dinamica eruttiva del Somma-Vesuvio, occorre innanzitutto sottolineare che si tratta dell'unico vulcano attivo dell'Europa continentale. Esso è inoltre caratterizzato da un'attività di tipo misto, con alternanza di eruzioni effusive che emettono prevalentemente colate di lava, ad altre di tipo esplosivo, durante le quali il magma è emesso sotto forma di pomici, lapilli, bombe e ceneri vulcaniche.
Più analiticamente, il fenomeno può essere descritto così come di seguito.
In profondità, a causa dell'alta pressione, vapori e gas sono disciolti nella massa fusa, di cui costituiscono anche il 5% del totale, ma a mano a mano che il fluido magmatico risale verso la superficie diminuisce la pressione esercitata dagli strati di roccia sovrastanti, con la conseguente formazione di bolle di gas all'interno del fluido. Le bolle che si formano tendono a risalire sino alla sommità della colonna magmatica e quivi giunte, si espandono fino a esplodere, frammentando il magma che le avvolge in pezzi di varie dimensioni.
Gli eventi e il tipo di eruzione successiva dipendono, tra l'altro, dalla profondità della camera magmatica, dalla viscosità del magma e dalle condizioni del camino vulcanico (condotto di risalita del flusso magmatico).
Se ci si trova in condizioni di condotto aperto (si tratta del caso in cui vi è comunicazione diretta tra camera magmatica e superficie) e se inoltre il magma è molto fluido (lave a basso contenuto di silice e di allumina, dette perciò basiche o basaltiche dalla roccia cui danno origine solidificandosi), i gas si liberano gradualmente ben prima che il flusso sia giunto in superficie e il vulcano fa tracimare la lava dal cratere dando origine a eruzioni tranquille con colate laviche alternate talvolta a esplosioni intermittenti e poco violente. In altri termini la lava, spinta inizialmente dai gas che si liberano, continua a uscire in seguito, alimentata dal basso, come la pasta di un dentifricio che esce per la pressione esercitata sul retro del tubo.
In questo tipo di eruzioni il flusso lavico emesso dal cratere (la roccia fusa è chiamata magma finché si trova all'interno della terra, lava quando arriva in superficie) difficilmente raggiunge il valore del centinaio di metri cubi al secondo ma può avere una durata dell'ordine di giorni, se non addirittura di mesi.
Se il camino è invece intasato da prodotti solidificati delle precedenti eruzioni e concorrono altri fattori, tra i quali la presenza di magmi viscosi (cosiddetti magmi acidi in relazione all'alto contenuto di silice e di allumina), la frammentazione avviene probabilmente in prossimità della superficie e il processo di degassazione del magma si esaurisce in un più breve intervallo di tempo.
In questi casi dopo una iniziale fase esplosiva di apertura del condotto si ha la formazione di un'imponente colonna eruttiva composta da pomici, ceneri e lapilli (la dimensione in cui si frammenta il magma è importante ai fini del prodotto piroclastico in cui si trasforma dopo l'eruzione. I frammenti di dimensioni più piccole, raffreddandosi rapidamente, danno origine alla cenere vulcanica, quelli più grandi costituiti da magma saturo di gas generano invece le pomici).
Ricorrendo ad una metafora, si può dire che, come l'anidride carbonica disciolta in una bibita gassata si libera di colpo all'apertura della bottiglia, trascinandosi dietro il liquido sotto forma di schiuma, così i gas fuggono dal magma imprimendogli una forte accelerazione verso l'alto.
In questo tipo di eruzione, di cui l'esempio più noto è l'eruzione pliniana del 79 d.C., il flusso di magma che fuoriesce dal cratere è dell'ordine di varie centinaia o addirittura di migliaia di metri cubi al secondo, l'altezza raggiunta dalla colonna eruttiva è superiore a dieci chilometri e la durata dell'eruzione varia da alcune decine di ore a pochi giorni.
Studi recentissimi hanno permesso di evidenziare che tutto il sistema di alimentazione del Vesuvio è allo stato attuale apparentemente occluso da un blocco di rocce compatte (in realtà si tratta di rocce intensamente fratturate ma le cui fessure sono state riempite da magma solidificato), che si estende sino ad alcune migliaia di metri di profondità. Gli stessi studi hanno inoltre permesso di individuare, a circa dieci chilometri di profondità, il limite superiore di un corpo che si presenta con tutte le caratteristiche di una camera magmatica (si definisce così la zona dove il magma, proveniente dal mantello, sosta e si raffredda prima di essere eruttato).
Per ciò che più specificamente riguarda la storia eruttiva del Somma-Vesuvio, i risultati degli studi sin qui condotti ne permettono una ricostruzione abbastanza dettagliata.
I dati stratigrafici relativi alle aree vulcaniche napoletane hanno, infatti, messo in evidenza una successione di materiali imputabili al Somma-Vesuvio sovrapposti e alternati a prodotti provenienti da eruzioni flegree.
Più precisamente, i prodotti più antichi in affioramento attribuibili all'attività del Somma-Vesuvio, le cosiddette "pomici di Codola" risalenti a circa 25.000 anni fa, si ritrovano nell'ambito di stratificazioni successive a quelle ove è possibile reperire prodotti attribuiti all'eruzione dell'Ignimbrite Campana (tufo grigio). Quest'ultima fu generata dai Campi Flegrei circa 36.000 anni fa e ricoprì una gran parte del territorio dell'attuale Campania.
Ulteriori analisi stratigrafiche portano a ritenere che il periodo compreso tra l'eruzione che generò le pomici di Codola e l'eruzione del 79 d.C. sia stato caratterizzato da almeno sei grandi eruzioni pliniane (eruzioni altamente esplosive contraddistinte dalla formazione di una colonna eruttiva alta alcune decine di chilometri oltre che da depositi di caduta con elevata distribuzione areale), tutte precedute da lunghi periodi di riposo dell'ordine di migliaia di anni. Nello stesso intervallo di tempo si sarebbero inoltre verificate almeno undici eruzioni subpliniane (eruzioni esplosive simili a quelle Pliniane, ma di energia inferiore) spesso precedute da periodi di riposo della durata di centinaia di anni oltre che da eruzioni effusive o stromboliane (eruzioni esplosive a bassa energia caratterizzate da una rapida successione di esplosioni).
Anche la predetta eruzione del 79 d.C. (quella che distrusse le città di Pompei ed Ercolano), fu preceduta da una lunga fase di inattività. Gli autori classici degli ultimi secoli a.C. e del primo secolo d.C. (Vitruvio, Diodoro, Siculo e Strabone) infatti, pur avendo individuato la natura vulcanica del monte, non hanno mai fatto cenno nei loro scritti a fenomeni eruttivi.
Particolarmente illuminante al riguardo, è la dettagliata descrizione del Vesuvio che Strabone fa nella sua opera Geographia: << Il Vesuvio è una montagna ricoperta di fertile humus e alla quale sembra che sia stata tagliata orizzontalmente la vetta; la sommità del monte si presenta con una spianata regolare, totalmente sterile, di colore cinereo, sulla quale si incontrano di tanto in tanto caverne (...) formate da rocce apparentemente annerite dal fuoco, di modo che si può congetturare che là vi fosse stato un vulcano che si è spento dopo aver consumato tutta la materia infuocata che gli serviva da alimento>>.
Nei secoli precedenti il 79 d.C. il Somma doveva dunque presentarsi come un unico monte, culminante con un'ampia spianata sommitale del diametro di un chilometro e mezzo, costituitasi con i materiali franati nella vecchia caldera (ampia depressione a contorno generalmente subcircolare o ellittico, generata dal collasso di una camera magmatica svuotatasi a seguito di una grossa eruzione).
Questo stato di cose fu però completamente sconvolto dall'eruzione del 79 d.C. la cui terrificante descrizione è contenuta nelle celeberrime lettere di Plinio il Giovane a Tacito.

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L'eruzione iniziò verso mezzogiorno del 24 Agosto. Una gigantesca nube di ceneri, pomici, blocchi solidi e gas fu lanciata a molti chilometri di altezza. Per ricaduta da questa nube si depositarono in poche ore diversi strati di pomici che seppellirono completamente Pompei.
Dopo qualche ora l'eruzione sembrò interrompersi. In conseguenza di questo evento molti abitanti della cittadina vesuviana fecero ritorno alle loro case, presumibilmente per cercare di recuperare oggetti preziosi.
Purtroppo, nel frattempo la camera magmatica del vulcano, svuotatasi di gran parte del proprio contenuto, andava riempendosi dell'acqua in essa confluente dalle circostanti falde.
La subitanea conversione in vapore e la diffusione di quest'ultimo all'interno della residua massa magmatica provocò di nuovo l'innesco del processo di frammentazione, nonché la formazione di un'elevatissima pressione. L'eruzione riprese dunque violentissima alle sei del mattino del 25 Agosto.
Dal cratere uscì un'enorme massa di vapor acqueo e frammenti solidi (surge) che giunse probabilmente in superficie con una pressione interna superiore a quella atmosferica. La conseguenza fu la produzione di una nube eruttiva carica di gas tossici, polveri e vapor d'acqua surriscaldato, con moto espansivo orizzontale oltre che verticale (base surge).
Questa nube, espandendosi ad anello e a grande velocità a livello del suolo (150 chilometri orari), raggiunse velocemente Pompei e i relativi abitanti che erano nel frattempo rientrati nelle loro case, provocandone in molti casi la morte per soffocamento o spasma cardiaco.
La grande quantità di vapore riversato nell'atmosfera causò inoltre abbondanti piogge che, fluidificando gli immani depositi di cenere depositatisi sui fianchi del vulcano, li trasformarono in enormi colate di fango (lahars). A queste ultime (e a quelle che si sono succedute nei secoli seguenti) va probabilmente ascritto il seppellimento della antica città di Ercolano che allo stato è infatti situata a parecchie decine di metri sotto il piano di campagna.
A dire il vero Ercolano fu probabilmente invasa anche da lahar caldi generati direttamente dal cratere principale del vulcano. Origine precisa e modalità di formazione di questi ultimi sono, però, ancora oggi, in gran parte avvolti dal mistero.
Come se tutto ciò non bastasse, il collasso della colonna eruttiva creò la formazione di nubi ardenti, costituite da gas e particelle solide ad altissima temperatura (flussi piroclastici) che, a velocità superiori ai 100 chilometri l'ora e quindi in poco più di una decina di minuti, raggiunsero il mare bruciando e devastando tutto ciò che incontrarono lungo il loro cammino.
Per effetto dell'eruzione del 79 d.C. si formò, probabilmente, una caldera di dimensioni molto ampie che demolì in gran parte il preesistente edificio vulcanico. Dopo un periodo di relativa tranquillità il vulcano si risvegliò di nuovo cominciando a formare il Gran Cono del Vesuvio.
Attualmente, dunque, il Monte Somma rappresenta quanto rimane delle pareti dell'antica caldera mentre la Valle del Gigante, suddivisa in Atrio del Cavallo e Valle dell'Inferno, costituisce il residuo della parte interna della medesima caldera, per il resto colmata dal Gran Cono del Vesuvio (quest'ultimo, a sua volta, soggetto a diversi sprofondamenti calderici e a successive ricostruzioni).
Tornando per un attimo alle lettere di Plinio, è infine interessante notare che in ossequio ad esse e al suo autore, tutte le eruzioni vulcaniche analoghe a quella descritta sono definite dagli scienziati di tipo "Pliniano".

 
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