L'Attività Vulcanica fino ai giorni nostri
Incerte sono le notizie relative alle eruzioni del primo millennio susseguenti a quella del 79 d.C.
Con certezza sappiamo solo che si sono succedute a fasi alterne fino al 1139 e che, a partire da questa data sino al 1631, il Vesuvio è stato dapprima caratterizzato da un periodo di attività a condotto aperto e successivamente, da una lunga fase di sospensione dell'attività.
L'eruzione del 1631 fu ancora una volta di carattere esplosivo (subpliniana). Sul fianco sud occidentale del Gran Cono, tra i 700 e gli 800 metri, si aprì una grossa frattura. Si formò inoltre un'imponente colonna eruttiva e furono vomitati imponenti masse di flussi piroclastici in grado di seminare morte e distruzione su di una vastissima zona.
Il fenomeno fu però preceduto, così come nelle altre eruzioni esplosive del Vesuvio, da una molteplicità di palesi segni premonitori tra i quali, i più rilevanti: numerosi terremoti, deformazioni del suolo, nonché la scomparsa dell'acqua dai pozzi a seguito della variazione del livello della falda.
Fenomeni eruttivi si ebbero ancora nel XVII secolo tra il 1666 e il 1668.
Nel secolo XVIII si ebbero 20 eruzioni. Tra queste si ricordano quelle del 1730, 1737, 1760, 1767, 1779 e 1794 (quest'ultima distrusse Torre del Greco con due bocche apertesi a quota 470 e 523).
Anche l'Ottocento fu testimone di un'intensa attività del vulcano che diede dimostrazione della sua forza nel 1804, 1805, 1810, 1822, 1850, 1855, 1858, 1861 (durante questa eruzione la città di Torre del Greco, pur non invasa dalle lave che si svilupparono poco a monte, fu ridotta a mal partito perché interessata da crepacci che provocarono gravi danni a numerose abitazioni. Attualmente, parte della periferia di Torre del Greco è cresciuta su queste fratture !), 1871-72, 1895-99 (periodo quest'ultimo ricordato per l'intensa attività effusiva che portò alla creazione di Colle Umberto).
Il nostro secolo fu salutato dal Vesuvio con l'eruzione del 1906 durante la quale, mentre le lave invasero Boscotrecase e si fermarono a pochi metri dal cimitero di Torre Annunziata, prodotti di lanci caddero su Ottaviano e S. Giuseppe Vesuviano provocando notevoli danni.
Dopo quest'ultima eruzione vi fu un periodo di calma che si prolungò per sette anni circa, sino al 1913, epoca in cui riprese un'attività stromboliana in corrispondenza del conetto eruttivo formatosi all'interno del più ampio orlo craterico del Vesuvio. Il materiale emesso non riuscì però a traboccare dal summenzionato orlo sino al 1926.
I traboccamenti del 1926 furono seguiti senza gravi conseguenze da fenomeni analoghi nel '27 e nel '28. Soltanto il 3 Giugno del '29 il vulcano dette luogo a un'eruzione di un certo rilievo che comportò la distruzione di 50 case di Pagano di Sopra e di Sotto (l'attuale Terzigno).
Nel 1930 si ebbero due fenomeni effusivi che non arrecarono danni.
L'ultima manifestazione del Vesuvio risale al Marzo del 1944, epoca in cui, a guerra in corso, una colata lavica provocò la distruzione di gran parte delle abitazioni di S. Sebastiano e di Massa di Somma.
Con l'eruzione del 1944 ha dunque avuto fine un periodo di 300 anni di frequenti ma per lo più deboli eruzioni. Da allora il magma si è progressivamente raffreddato all'interno del camino vulcanico, impedendo piccole eruzioni. Al di sotto si può tuttavia produrre con il tempo una miscela di gas e magma incandescente che, prima o poi, con la sua esclusiva forza, oppure entrando in combinazione con acqua, potrà determinare una violenta esplosione.
Se a questa considerazione se ne aggiunge un'altra relativa all'incredibile livello di urbanizzazione raggiunto dalle falde del vulcano, si comprende bene perché l'attività di ricerca volta a definire i caratteri e i tempi di un'ipotetica prossima eruzione, sia assurta ad un ruolo di assoluto rilievo .
Al riguardo occorre sottolineare come l'analisi del comportamento trascorso del vulcano abbia permesso di concludere che il suo riposo attuale può essere simile a quello che ha preceduto l'eruzione del 1631. Ne consegue che, in caso di ripresa dell'attività eruttiva a medio termine (alcune decine di anni), la massima eruzione attesa è rappresentata appunto da un'eruzione subpliniana del tipo di quella verificatasi nel 1631.
Una simulazione computerizzata, messa a punto dal G.N.V. (Gruppo Nazionale di Vulcanologia), raffigura lo scenario di quel momento: un'imponente colonna eruttiva si solleva dal cratere, dopo l'esplosione iniziale, per un'altezza di 20 chilometri generando, nel contempo, un'intensa pioggia di pomici e ceneri. Quando la colonna collassa su se stessa, una nube ardente precipita lungo le pendici del vulcano a più di 100 chilometri l'ora scavalcando anche l'apparente cinta difensiva costituita (per i paesi del versante nord del vulcano) dalle pareti interne del Somma. L'acme dell'eruzione, con il suo devastante bagaglio di distruzioni, si consuma nell'arco di poche ore.
L'analisi delle fonti storiche sulle manifestazioni del vulcano, che hanno preceduto l'eruzione del 1631, ha comunque permesso di individuare fenomeni precursori di medio-lungo termine, consistenti in terremoti percepibili nella fascia pedemontana e in deformazioni del suolo, concentrate nella zona craterica e/o precaterica. Come precursore a medio-breve termine, è stato osservato oltre che l'abbassamento del livello della falda superficiale, su un'area che abbraccia praticamente tutto il comprensorio circumvesuviano, anche l'intorbidimento dell'acqua dei pozzi.
Precursori a breve-brevissimo termine sono ritenuti: a) l'apertura di fratture, accompagnata da inizio o forte aumento dell'emissione di gas e vapori dal cratere; b) fenomeni acustici (boati) e sismici (tremore) che accompagnano la risalita finale del magma verso la superficie.
Relativamente ai fenomeni predetti un'altra importante considerazione riguarda il fatto che essi, nel 1631, nonostante l'assenza di qualsiasi strumentazione, furono osservati a partire da alcune settimane prima dell'eruzione. Ne consegue che oggi, con i sofisticati strumenti scientifici a disposizione, saranno avvertibili con anticipo ancora maggiore.
Sulla base di questa conclusione, ma anche con la consapevolezza che l'unica difesa da una eruzione del tipo di quella descritta, consiste nell'allontanamento della popolazione residente prima dell'inizio dell'eruzione stessa, è stato elaborato un piano di emergenza per l'area vesuviana. Quest'ultimo, predisposto da una commissione istituita dal Ministero della Protezione Civile sostanzialmente individua due specifiche aree di intervento:<< la prima, identificata come "zona ad alto rischio", comprende 18 comuni della Provincia di Napoli (…); la seconda, identificata come zona gialla, potrebbe essere parzialmente interessata dal fenomeno vulcanico in forme più attenuate (caduta di pomici e cenere). Essa comprende 59 comuni sia della provincia di Napoli che della provincia di Salerno.
Per la zona ad alto rischio il piano prevede l'evacuazione totale della popolazione con ricovero al di fuori della Regione Campania attraverso forme di gemellaggio con tutte le regioni italiane.
Nella zona gialla non è ipotizzata l'evacuazione di tutta la popolazione residente, ma soltanto di parte di essa, da decidere al momento dell'emergenza (…). La popolazione della zona gialla interessata all'evacuazione, stimata in circa 100.000 persone, verrà accolta in strutture all'interno della Regione Campania>> (da "Il Rischio Vulcanico: Il Vesuvio" a cura di Lucia Civetta, Paolo Capuano, Magda De Lucia, Sandro de Vita e Mauro di Vito.).
Tra i circa 230 tipi di minerali ritrovati sul massiccio, meritano una particolare e conclusiva menzione la Vesuvianite e la Caratite, scoperte e raccolte per la prima volta su questo vulcano. Rivestono notevole interesse anche i numerosi blocchi calcarei, ricchi di fossili, eruttati dal vulcano, che fanno presumere che il condotto eruttivo attraversi in profondità formazioni calcaree giurassiche.
Consigliabile al riguardo, è la visita al museo di "Mineralogia e Petrologia" dell'Università di Napoli, al Museo "Vesuviano" di Pompei, alla collezione mineralogica dell'Osservatorio Vesuviano e al Museo Mineralogico Campano (Fondazione Discepolo) di Vico Equense. Quest'ultimo in particolare è attrezzato secondo i canoni dei moderni musei scientifici. La Fondazione Discepolo ha inoltre provveduto, sia ad attrezzare, nell'ambito del museo, un piccolo laboratorio didattico per permettere lo studio e la manipolazione di minerali provenienti, oltre che dalla Campania, anche dal resto del mondo, sia a pubblicare una guida chiara e completa per la visita.