La flora
Per ciò che riguarda la flora, il Vesuvio è sicuramente una delle aree naturali più importanti della Campania e ciò nonostante che gran parte del manto vegetale sia costituito da rimboschimenti.
Ricca è anche la messe di informazioni generata da studiosi provenienti da tutte le parti del mondo.
In particolare va segnalata l'opera dei botanici napoletani Ricciardi, Aprile, La Valva e Caputo che nel 1986 hanno pubblicato l'elenco completo della flora vesuviana, permettendo tra l'altro, di verificarne l'evoluzione in rapporto alle descrizioni precedenti.
La ricerca ha evidenziato 996 specie, di cui 18 endemiche, 293 segnalate per il passato e oggi scomparse (soprattutto a causa dell'attività umana) e 115 nuove entità.
Si può dunque affermare che la flora accertata sul Vesuvio è costituita, al momento, da 610 entità.
Un posto preminente occupano, sotto questo profilo, le pinete di pino domestico e pino marittimo, impiantate soprattutto sui versanti ovest, sud, e sud-est, a quote mediamente comprese tra i 150 e i 650 metri.
Il pino domestico si identifica soprattutto grazie alla corteccia divisa in grosse squame e alle pigne (infiorescenze lignificate a forma di cono) appiattite alla base e con scaglie arrotondate, diversamente dal pino marittimo la cui corteccia è più fittamente fessurata e le cui pigne sono appuntite e lunghe sino a 22 centimetri.
Meno numerosi, ma comunque presenti, sono il pino nero e il pino d'Aleppo. Il primo con chioma irregolare e rami superiori verde scuro, il secondo con rami contorti su un tronco massiccio dal rapido accrescimento.
Va peraltro precisato che le diverse specie di pino sono state sì impiantate sul Vesuvio (sino all'inizio del secolo dagli agricoltori allo scopo di trarne materiale da costruzione, fascine per il fuoco e cibo. Dall'inizio del secolo in poi dagli operatori della Forestale per rimboschimento) ma, comunque, pur sempre in ambiti dove erano già presenti. Inoltre la pineta, alle quote inferiori, si è dimostrata in grado di regredire spontaneamente dopo aver reso fertili gli aridi suoli vulcanici (ma più spesso la regressione ha una causa artificiale identificabile negli incendi) a favore di associazioni di macchia mediterranea e lecci.
Con la prospettiva di agevolare questo processo naturale, sul vulcano sono attualmente in corso degli studi. Si cerca di accertare le modalità di colonizzazione dei suoli da parte di quelle specie vegetali che, come si è detto, crescono all'interno delle pinete nonostante queste si contraddistinguano, in genere, per una limitata biodiversità (gli aghi caduti al suolo non si decompongono facilmente, acidificano il suolo e impediscono la formazione di un adeguato sottobosco).
Tornando per un attimo ai lecci, occorre sottolineare una loro singolare forma di condotta difensiva: le foglie strette e ovali che crescono in prossimità del suolo si presentano infatti con un bordo seghettato che tende ad attenuarsi man mano che ci si approssima ai rami superiori, sino a sparire del tutto in corrispondenza della cima. Lo scopo è di rendere meno appetibili le foglie che crescono a "portata di bocca" degli erbivori. Come adattamento alla scarsa piovosità e alle alte temperature estive, oltre che alla forte luminosità e ai venti caratterizzanti gli habitat in cui cresce, il leccio ha inoltre evoluto una particolare struttura delle foglie che sono piccole, coperte di una spessa cuticola (una sorta di lucido strato ceroso) e in grado di limitare la perdita d'acqua. Sul versante sud del complesso vulcanico e specificamente nel bosco della Reggia di Portici, in località Cappella Vecchia e sui Camaldoli di Torre del Greco, è possibile rinvenire esemplari di bagolaro e di carrubo. Si tratta di specie diverse accomunate però dal fatto che con i duri noccioli dei frutti di entrambi si realizzavano, un tempo, i grani dei rosari.
Il carrubo, albero sempreverde con tronco grosso e foglie composte, è noto per la produzione delle carrube (le cosiddette "sciuscelle") largamente impiegate come foraggio per gli equini.
Il bagolaro, che è invece un albero a foglie caduche, si presenta con chioma piuttosto irregolare. In zona è anche noto come "spaccasassi".
Sempre in prossimità di Cappella Vecchia ma, più in generale, anche nei pressi di molti campi coltivati, si ritrova il lauro o alloro. Tipica della regione mediterranea, con foglie simili a quelle del leccio (ma più grandi), questa bella pianta, un tempo simbolo di vittoria e di onore, oggi è utilizzata in cucina come aromatizzante.
Distribuzione analoga a quella del lauro ha il corbezzolo, arbusto anch'esso tipico della regione mediterranea. Singolare la sua fase vegetativa autunnale, quando fiorisce e fruttifica contemporaneamente, provenendo in realtà i frutti dai fiori dell'annata precedente.I summenzionati frutti, di un bel colore rosso a maturazione, servono a preparare bevande gradevoli, marmellate e canditi.
Nelle zone a suolo più profondo del versante sudorientale è facile osservare una discreta presenza di ontano napoletano, pianta arborea azotofissatrice che predilige terreni freschi ed incoerenti.
Dai versanti sud e sud-est, procedendo verso nord, a quota 800 m. circa., tra l'orlo craterico del Somma ed il versante nord-est del Vesuvio, ci s'imbatte nella Valle dell'Inferno e più a ovest nell'Atrio del Cavallo. Qui è possibile riscontrare la presenza di un tipo di manto vegetale ancor più manifestamente prodotto dalla mano dell'uomo. La vegetazione è infatti eminentemente frutto di rimboschimenti a Robinia pseudoacacia e a ginestra dell'Etna. Al riguardo vale la pena di sottolineare che sul Vesuvio crescono diverse specie di ginestra tra le quali le principali sono: la ginestra di Spagna (o ginestra odorosa), la ginestra dei carbonai, la ginestra spinosa e la ginestra dell'Etna. Quest'ultimo tipo non è però originario del Vesuvio, essendo stato importato dall'omonimo vulcano siciliano intorno al 1906 per affiancare le varietà esistenti più lente a colonizzare i suoli lavici.
Per quanto riguarda i caratteri differenzianti, la ginestra di Spagna è molto simile a quella dei carbonai differendo da questa solo per la quasi totale mancanza di foglie. Maggiori le differenze se si considerano la ginestra dell'Etna, che cresce sino ad assumere un aspetto arboreo e la ginestra spinosa, che si presenta sotto forma di un arbusto denso e, ovviamente, spinoso che fiorisce già nei mesi di febbraio e marzo.
Curioso è inoltre il modo con cui le ginestre provvedono alla diffusione del proprio polline: i fiori (di un intenso color giallo) lo "sparano" letteralmente sugli insetti intenti a bottinarli.
Altra curiosità è connessa al nome scientifico della ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius), che tradisce l'antica consuetudine di produrre scope, utilizzandone i flessibili rami.
Associate alle ginestre crescono spesso il mirto, la valeriana rossa, l'artemisia e l'elicriso.
Artemisia ed elicriso rientrano nella lista delle specie endemiche presenti sul vulcano. Robinia pseudoacacia è, invece, una leguminosa totalmente estranea all'originario ecosistema vesuviano. Il botanico Jean Robin ne importò per primo i semi dalle Americhe dando così origine ad un'ampia diffusione europea. La robinia è infatti adattabile a qualsiasi tipo di terreno ed è, tra l'altro, impiegata per consolidare pendici franose. Al di là dei pregi predetti, la robinia sta oggi però configurandosi come un notevole problema. La sua natura infestante, la capacità e la rapidità di crescita, la resistenza al caldo al freddo e alla siccità, l'hanno rapidamente trasformata in un temibile nemico per le specie autoctone. In altri termini, a causa della eccezionale capacità di crescita, finanche su terreni già ricoperti da manto arboreo, la robinia sta progressivamente soffocando e soppiantando le specie vegetali originarie dei siti vesuviani. Il tutto con inevitabili conseguenze sulle specie animali collegate alla vegetazione autoctona.
Nella valle del Gigante (così come in isolate stazioni sul Somma) fa la sua sorprendente comparsa la betulla, un albero generalmente d'alta quota la cui presenza si spiega solo come residuo di un più ampio insediamento probabilmente situato sull'originario e ben più alto (oltre i 2000 metri) edificio vulcanico del Somma. Le sue foglie sono triangolari, con base arrotondata e margini dentellati, la corteccia bianca si presenta liscia alle estremità e bernoccoluta alla base.
La bocca principale del Vesuvio, oltre gli 800 metri, offre in tutte le direzioni un aspetto estremamente brullo. Questo fenomeno è ricollegabile a fattori di pendenza, non disgiunti dalla scarsa capacità di ritenzione delle acque piovane da parte di suoli composti da lapillo incoerente. Le poche specie pioniere che riescono a crescere in questi ambienti estremamente ostili sono dotate di lunghissimi apparati radicali necessari per sfruttare la poca umidità profonda, nonché per resistere ai frequenti smottamenti. Anche questa zona è comunque stata seminata a ginestre, in particolare lungo il tracciato dell'ex seggiovia.
A nord, oltre le cime del Somma, verso Sant'Anastasia, Somma e Ottaviano, i pendii sono ricoperti da boschi di castagno, roverella, carpino nero, acero napoletano, maggiociondolo, noce e nocciolo.
Più precisamente, la parte basale del Somma, al di sopra della fascia coltivata, è ricoperta prevalentemente da castagni; a quote superiori si incontra il bosco misto, tipico della fascia appenninica, composto prevalentemente da acero napoletano, carpino nero, roverella; sul crinale si trovano infine, isolate stazioni di betulla.
Singolarità del sottobosco del Parco sono poi le numerose specie di orchidacee (se ne contano almeno 19 specie). In particolare, è possibile individuare Ophrys sphegodes in prossimità delle sorgenti dell'Olivella a quota 500 metri, l'orchidea delle zanzare presso le bocche del 1760, l'elleborina, l'orchidea delle farfalle, Orchis italica, Orchis papilionacea e Orchis codiophora su più versanti a quote ricomprese tra i 500 e i 700 metri.
Purtroppo la fioritura delle summenzionate specie di orchidacee si protrae per brevi periodi e non è sempre annuale. Altre fioriture degne di nota sono quelle della rosa di macchia e del giglio rosso. La prima produce bacche che a maturazione si tingono di un bel rosso vinaccia, il secondo rientra invece tra le specie vegetali a rischio di scomparsa, proprio a causa della vistosa fioritura che suscita le attenzioni dei "raccoglitori".
Nelle fitte boscaglie che ricoprono il Somma è possibile riscontrare anche la presenza di diverse famiglie di felci. Queste ultime infatti, sono piante tipiche degli habitat umidi. Ciò è sicuramente vero per il falso capelvenere e per la felce maschio, non lo è per la felce aquilina che, poiché si riproduce sia mediante un esteso e infestante sistema di radici, sia mediante spore, è meno limitata ai luoghi umidi di quanto lo siano le sue simili.
Sui versanti del Somma, ai margini delle radure assolate, a 500 mt di quota, è possibile rintracciare anche la succulenta fragola di bosco. Le piantine si presentano con rami lunghi e sottili che nascono alla base del fusto e strisciano sul terreno. I medesimi rami, radicandosi, generano poi altri germogli. E' questo il motivo per cui le piante in discorso si trovano generalmente in gruppo e mai isolate. Le fragole di bosco si caratterizzano inoltre, per una peculiare condotta mimetico-difensiva. Esse infatti, non solo hanno sviluppato foglioline dall'aspetto assai simile a quelle delle ortiche, ma tendono anche a crescere in prossimità di queste ultime, in modo da confondere o scoraggiare eventuali predatori.
Sempre sul versante sommano (ma anche nei pressi delle bocche del 1860), a quote intorno ai 350 m, è possibile trovare, cresciuta spontaneamente nei boschi, la vite. Si tratta di esemplari inselvatichiti che rappresentano le ultime reminiscenze di coltivazioni un tempo assai estese lungo tutte le pendici del vulcano.
Da sottolineare c'è anche la diffusa presenza di un certo numero di erbe commestibili.
Pimpinella, scarolella, rapuonzolo, cacciadiavolo, cardillo, rucola, portulaca, schiuccariello, centocchio, dente di leone, petacciola, asparago e carota selvatica, sono i nomi (in parte discendenti dalla tradizione popolare) attribuiti ad altrettante piante commestibili, a lungo utilizzate per pantagrueliche insalate e saporose minestre.
Particolarmente succulento è l'asparago vesuviano, costituito da una pianta erbacea perenne, con una parte del fusto sotterranea e strisciante da cui si sviluppano in primavera i cosiddetti turioni che, a loro volta, costituiscono l'omonimo e pregiato ortaggio.
Sempre con un occhio alla commestibilità non è possibile sottacere la presenza di un nutrita rappresentanza di rovi di more. Queste ultime, ottime se consumate assolute, sono ancor più buone sotto forma di marmellata.
Per la decomposizione delle sostanze organiche di origine vegetale (fusti e rami secchi, foglie, ecc.) particolare importanza assumono i funghi.
Sotto le fronde dei castagni del Somma crescono i primi funghi stagionali. Predominano i porcini (Boletus edulis, Boletus appendicolatus e Boletus leptopus), l'ovolo buono, le russole, i cantarelli, la fistulina epatica e le amanite velenose (specie la Phalloides).
Sul versante del Piano delle Ginestre, per la crescita dei funghi, il pino è una vera manna a causa della sua facile aggredibilità. Sono infatti molte le specie che proliferano nei dintorni di questi alberi. Oltre ai soliti porcini, troviamo Tricholoma portentosum, russule, Lactarius (Lactarius rufus si rinviene sotto le formazioni miste di pini mediterranei, Lactarius pallidus si trova dappertutto nell'ambito della Riserva Forestale di Protezione) e Cantharellus.
Una menzione a parte merita l'incessante opera di colonizzazione dei suoli lavici da parte di Stereocaulon vesuvianum, il lichene endemico, di cui si è detto in precedenza, capace di attecchire sulle lave.
L'organismo in questione, frutto della simbiosi tra un'alga e un fungo (il secondo approvvigiona l'acqua mentre la prima si occupa della fotosintesi) è in grado di sgretolare, sia pure impercettibilmente, le rocce magmatiche sulle quali attecchisce. Le esigue quantità di terreno che è in grado di produrre sono comunque sufficienti per lo sviluppo di una vegetazione di tipo erbaceo. Quest'ultima è a sua volta condizione indispensabile per l'insediamento di una tipologia di flora ancora più varia ed evoluta. In definitiva, grazie all'opera di Stereocaulon, la completa colonizzazione dei suoli vesuviani percorsi dalle lave avviene in pochi decenni piuttosto che in secoli.
 
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