La fauna
Allo studio della fauna vesuviana si dedicò, tra i primi,
il Costa che, nell'arco di un trentennio (1832-1860) raccolse
in una monumentale opera di 42 volumi l'intera fauna del Regno
di Napoli.
Oggi, purtroppo, il nostro livello di conoscenza della fauna vesuviana
non è assolutamente commensurabile con quello raggiunto
nel secolo scorso, non essendo neppure possibile definire un elenco
certo e completo di tutte le specie animali presenti sul vulcano.
Grazie comunque ad alcuni studi recenti si può presumere
la presenza di circa 100 specie di uccelli, 30 specie di mammiferi,
10 di rettili e due di anfibi.
Non sono purtroppo più presenti lo scoiattolo e il gatto
selvatico tra i mammiferi, l'astore e il gufo reale tra gli uccelli;
d'altro canto le specie superstiti cominciano a far registrare
un certo incremento numerico grazie alla tutela e alla corretta
gestione naturalistica assicurata dal Parco.
Tra i micromammiferi si segnala in particolare la presenza di
ghiro, topo quercino, moscardino, talpa e riccio. Va peraltro
precisato che il termine "micromammiferi"

non
si riferisce, come sembrerebbe ovvio, a tutti i mammiferi di piccole
dimensioni, bensì solo a quelli compresi negli ordini degli
insettivori e dei roditori, purché in questo secondo caso
non superino i 300 grammi (circa) di peso.
Gli insettivori sono a loro volta caratterizzati da un rostro
boccale allungato e appuntito, da denti semplici e affilati, da
cinque dita in ogni piede e da un cervello relativamente poco
sviluppato. Appartengono a quest'ordine riccio e talpa.
Il carattere che invece distingue i roditori riguarda essenzialmente
la dentatura. Quest'ultima presenta, per ogni arcata, una coppia
di grandi incisivi arcuati, privi di radici e a crescita continua.
Per quanto attiene all'alimentazione essa è costituita
da semi, frutti e germogli. Molte specie, però, si nutrono
di qualsiasi sostanza organica e alcune altre (ad esempio il quercino)
sono essenzialmente predatrici. Appartengono a quest'ordine: ghiro,
moscardino, topo quercino e ovviamente, il topolino delle case
(localmente denominato topo ialiero).
Di tane di talpa è particolarmente ricca la zona del Piano
delle Ginestre. Il ghiro, invece, pur frequente nelle cavità,
spesso da lui stesso scavate, nelle fustaie di pino domestico
dominanti i versanti sud e sud-est del vulcano, è presente
soprattutto nei boschi di castagno del Somma. E' un simpatico
roditore onnivoro, generalmente notturno, arboricolo e quindi,
abilissimo nell'arrampicarsi e nel saltare. Cade in letargo da
ottobre ad aprile trascorrendo questo periodo nei nidi scavati
negli alberi. Si distingue per una pelliccia folta e morbida di
colore grigio argento nelle parti superiori, bianca nelle parti
ventrali e con una netta linea di separazione fra le due zone
di colore.
Gli abitanti delle città di Pompei, Ercolano e Stabia,
distrutte dall'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., lo consideravano
un cibo prelibato; d'altro canto, quest'antica consuetudine alimentare
è sopravvissuta sino ai giorni nostri: in alcune località
della Calabria è ancora diffusa l'abitudine (nonostante
il divieto di caccia) di consumare le carni di ghiro sotto forma
di stufato.
Il topo quercino e il moscardino, al pari del ghiro, trascorrono
l'inverno in letargo, in comodi nidi di foglie o in tronchi cavi,
si cibano di gemme e di frutti.
Il topo quercino che, in ossequio alla natura predatoria in precedenza
ricordata, non disdegna di inserire nella propria dieta anche
una gran quantità di piccoli vertebrati, si presenta con
forme snelle; dorso e collo di colore rossiccio, parti inferiori
e guance bianche o crema, muso e faccia fulvi, una macchia nera
che si estende dai baffetti fino a dietro le orecchie a formare
una sorta di mascherina. E' particolarmente presente nei noccioleti
di Ottaviano.
Il moscardino si caratterizza a sua volta per una pelliccia di
colore fulvo giallastro sul dorso e sulla coda, più chiara
inferiormente e tendente al bianco sul ventre e sulla gola. Ha
occhi grandi, orecchie corte, coda lunga più del corpo
e parzialmente pensile.
Anche il riccio cade in letargo nella stagione fredda (e' l'unico
insettivoro della fauna italiana che d'inverno cade in letargo).
Si caratterizza per una densa copertura di aculei di colore fulvo
giallastro. Ha inoltre la capacità di "appallottolarsi"
trasformandosi in una sfera spinosa e quindi in un boccone difficile
per la maggior parte dei predatori.
Apparentemente in ripresa sembrerebbe essere la popolazione di
lepri e di conigli selvatici. Questi animali, facilmente riconoscibili
per le lunghe orecchie, le lunghe zampe posteriori e la corta
coda pelosa, somigliano superficialmente ai roditori, appartenendo
invece all'ordine dei lagomorfi. La caratteristica differenziante
principale è costituita dalla presenza di ben due paia
di incisivi superiori: un paio grande e un paio più piccolo
posto dietro al primo.
Per quanto riguarda poi le differenze tra lepri e conigli, occorre
dire che le prime sono più grandi e veloci e partoriscono
direttamente sul terreno piccoli dotati di pelliccia e di vista;
i secondi partoriscono in tana piccoli ancora ciechi e nudi.
Tra i predatori che popolano l'area del Parco si segnala la presenza
di volpe, faina e donnola. Potrebbe essere ancora presente (ma
mancano avvistamenti recenti) anche il tasso.
La volpe, a lungo cacciata, non è mai stata a rischio di
scomparsa grazie alla nota

capacità
di adattamento. Sorte diversa è invece spettata alle popolazioni
di faine e donnole. In passato erano sicuramente presenti in gran
numero, popolavano quasi tutti gli habitat compresi nell'attuale
Parco Nazionale e non disdegnavano, coerentemente con la loro
indole, di penetrare sin nel cuore dei centri abitati per effettuare
razzie di animali da cortile.
Il drastico mutamento dell'habitat e la pressoché totale
scomparsa delle principali tipologie di prede sono stati all'origine
di una pericolosa diminuzione.
La faina s'identifica facilmente per una caratteristica macchia
bianca situata sulla gola.
Più piccola della faina è la donnola che con il
suo corpo di massimo 20 cm rappresenta il più piccolo carnivoro
europeo. Anch'essa è facilmente riconoscibile in virtù
di una caratteristica colorazione della pelliccia, rossastra superiormente
e bianca sotto.
Il tasso ha una dieta varia comprendente piccoli mammiferi, carogne,
frutti e nocciole. Vive in articolate gallerie, si muove soprattutto
di notte ma è facilmente riconoscibile per la testa bianca
con strisce nere congiungenti il naso, gli occhi e le orecchie.
Tra i rettili, oltre alle più comuni specie di lucertole,
ramarri, gechi ed emidattili sono segnalate tre specie di serpenti
che annoverano una buona presenza: biacco, cervone e vipera.
Il primo, essendo attivo solo con sole alto, predilige i caldi
e assolati versanti vesuviani. E' innocuo e non velenoso anche
se, infastidito, può reagire mordendo. E' facilmente riconoscibile
visto che si presenta con una colorazione uniformemente nera.
Il secondo è più facilmente avvistabile sui versanti
del Somma ed è anch'esso innocuo e non velenoso.
Riconoscibile in virtù del caratteristico muso volto all'insù
e velenosa ma con un veleno che, a differenza di quanto si crede
ben difficilmente è mortale, è invece la vipera,
presente con un più ridotto numero di esemplari.
Biacco, cervone e vipera appartengono all'ordine degli Squamati.
Ciò significa che tra i caratteri comuni va collocata,
oltre che il sangue freddo comune a tutti i rettili, la presenza
di squame lamellari che ne rivestono il corpo. Si nutrono inoltre
di prede vive che trovano con l'odorato e che ingoiano intere
dopo averle afferrate con la mascella (biacco e cervone) o dopo
averle tramortite mediante l'inoculazione di veleno (vipera).
Gli organi olfattivi sono collocati sulla lingua che, per questo
motivo, è fatta dardeggiare di continuo al di fuori della
bocca.
Gli Anfibi sono rappresentati, sul Vesuvio, dalla rana, dal rospo
e forse anche dal più raro rospo smeraldino, ma la loro
presenza è pesantemente condizionata dall'assenza di un
sia pur minimo sistema di deflusso e ristagno di acque superficiali.
Il discorso relativo agli Invertebrati ci porterebbe troppo lontano.
Va' comunque sottolineato che la loro diffusissima presenza costituisce
fonte di alimentazione e sopravvivenza per un gran numero di animali,
tra i quali, molte specie di uccelli e pipistrelli.
Per ciò che riguarda gli uccelli, la maggior parte di quelli
che s'incontrano nell'area sono migratori. Il territorio del Parco
è infatti una tappa lungo una delle rotte migratorie i
cui estremi sono costituiti dall'Africa Sud-Sahariana e dalla
zone di riproduzione dell'Europa Centrale e Nord-Orientale.
L'importanza del complesso Somma-Vesuvio, nel senso predetto,
è ricollegabile alla sua particolare morfologia. La montagna
si presenta, infatti, con un imponente edificio vulcanico isolato
all'interno di un'ampia piana e le forti correnti d'aria calda
ascensionale, che si formano lungo i suoi fianchi, permettono
agli uccelli di passo di prendere agevolmente quota e di raggiungere,
con una lunga e poco faticosa planata, il successivo complesso
montuoso.
Tra i migratori che transitano regolarmente si possono osservare:
albanella reale, allodola, averla capirossa, averla piccola, balia
dal collare, balia nera, beccafico, codirosso comune, luì
grosso, luì verde, lodolaio, monachella, pigliamosche,
rigogolo, sterpazzolina, succiacapre e tordela.
Rientrano nella categoria dei migratori primaverili nidificanti
nell'areale del Parco: assiolo, cuculo, quaglia, sterpazzola,
tortora, upupa e usignolo. Va' sottolineato, al riguardo, il crescente
numero d'avvistamenti di due importanti rapaci: sparviero e pellegrino,
che potrebbero aver già iniziato a nidificare nel Parco.
Migratori autunnali e svernanti sono: ballerina bianca, ballerina
gialla, beccaccia, codirosso spazzacamino, fiorrancino, luì
piccolo, lucherino, passera scopaiola, pettirosso e tordo bottaccio.
I predetti fenomeni di svernamento e nidificazione sono condizionati
dal differente microclima che caratterizza i versanti del vulcano.
Accade così che lo svernamento sia più intenso sulle
temperate pendici vesuviane e, per converso, la nidificazione
caratterizzi, in special modo, i freschi versanti settentrionali
del Somma.
Il clima mite rende comunque le pendici del vulcano una buona
area d'insediamento per numerose specie sedentarie quali: barbagianni,
capinera, cardellino, cinciallegra, cinciarella, cincia mora,
civetta, fringuello, gheppio, merlo, occhiocotto, passera d'Italia,
passera mattugia, picchio rosso maggiore, poiana, scricciolo,
torcicollo, verdone e verzellino.
Per una descrizione analitica delle caratteristiche delle più
importanti specie di uccelli, tra quelle citate in precedenza,
si rimanda, infine, il lettore, all'elenco che troverà
subito di seguito, comprensivo dell'indicazione dei nomi scientifici
e dei più diffusi nomi dialettali.
Per favorire un'agevole consultazione non si è fatto ricorso
ad una presentazione in ordine sistematico, preferendo (così
come già in precedenza) un'elencazione in ordine alfabetico.